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Il Mestiere delle Armi Stampa

 

 

 

 

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Titolo: Il mestiere delle armi
Regia: Ermanno Olmi
Sceneggiatura: Ermanno Olmi
Fotografia: Fabio Olmi
Interpreti: Hristo Jivkov, Sergio Grammatico, Sasa Vulicevic, Desislava Tenekedijeva, Sandra Ceccarelli, Dimitar Ratchkov, Fabio Giubbiani, Giancarlo Belelli, Paolo Magagna, Nikolaus Moras, Claudio Tombini, Aldo Toscano, Francesca Lonardelli, Michele Zattara, Vittorio Corcelli, Franco Palmieri, Paolo Roversi, Ralph Palka
Nazionalità: Italia - Francia - Germania - Bulgaria, 2001
Durata: 1h. 40

TRAMA

Olmi propone un film storico, ma che non rinuncia a dire la sua sui nostri tempi, ad entrare profondamente dentro le contraddizioni della nostra contemporaneità. Scopre un personaggio defilato rispetto ai grandi uomini che hanno segnato la storia. Il ritratto è quello di Giovanni dalle Bande Nere, un cavaliere esperto nell'arte della guerra da molti ritenuto feroce e spietato, che combatteva per l'esercito pontificio di papa Clemente VII sotto il comando del generale Francesco Maria della Rovere duca d'Urbino. Il film racconta del suo tentativo di fermare i lanzichenecchi dell'imperatore Carlo V, che in quindicimila calarono verso Roma al comando di Zorzo Frundsberg. La guerra era un mestiere, ma lo era perché anche vivere impegnava tutte le risorse che un uomo poteva mettere in gioco. Olmi ritorna indietro nella tempo per concentrare la sua attenzione sugli ultimi sei giorni di vita del grande condottiero, morto il 30 novembre del 1526 a Mantova. Un'epoca concentrata e riflessa in una goccia di pochi giorni, l'ultima fiammata prima della morte improvvisa che ha colto Giovanni a soli 28 anni: una vita giocata come si gioca una partita a carte. Sei giorni che raccontano anche la complessa articolazione delle signorie, i tradimenti e i sottili giochi politici che dividevano gli "italiani" di allora. Joanni de' Medici chiede l'aiuto di Alfonso d'Este, duca di Ferrara, ma questi rifiuta e viene incontro invece alle convenienti offerte dell'imperatore, al quale consegna delle nuovissime bombarde, quattro cosiddetti falconetti affustati su ruote che pervengono segretamente via fiume al comandante Frundsberg. Ma Giovanni deve incassare anche il voltafaccia di Federico Gonzaga, che concede il passaggio delle truppe imperiali presso Curtatone. Quando Giovanni vi giunge trova il ponte levatoio alzato e così Frundsberg ha la possibilità di passare e acquistare vantaggio prezioso nei suoi confronti. Giovanni non sa che il vicario di Curtatone obbedisce a precise disposizioni del Gonzaga. Ma lo scontro è soltanto rimandato. Questo avverrà presso i ruderi di una vecchia fornace, dove Frundsberg ha nascosto i quattro falconetti. Sarà la quarta bombarda a colpire Giovanni, che dalle conseguenze della ferita non si rimetterà più, nonostante l'amputazione della gamba. Una cronaca dell'epoca recita: "A motivo della sinistra sorte capitata al Signor Joanni de' Medici i più illustri Capitani e Comandanti di tutti gli eserciti fecero auspicanza affinché mai più venisse usata contro l'uomo la potente arma da fuoco". Il mestiere delle armi registra così l'ingresso in campo delle armi da fuoco, cosicché la storia - lo sappiamo - ci ha raccontato tutt'altro. Al principio del Rinascimento l'unica macchina da guerra era l'uomo: la sua forza stava nei muscoli e nella sua abilità con la spada. Giovanni appartiene a quella cultura e quando si prepara al combattimento con Frundsberg è ancora convinto di poterlo affrontare in un duello, corpo a corpo. Ma chi uccide con la spada incontra lo sguardo della sua vittima, ne vede il viso perché lo ha di fronte. Il destino di Giovanni è diverso. Lo attende una palla di ferro che lo stende e la sua morte segna il confine di un mutamento radicale che le armi da fuoco avrebbero determinato nella concezione della guerra. Un’altra idea di guerra e un’altra idea di vita. Tant’è che Giovanni in punto di morte può dire al sacerdote: "Ho vissuto da uomo d’armi e ho fatto tutto quanto il mio mestiere mi portava a fare; con lo stesso spirito, se avessi vestito l’abito che porti tu, avrei servito Dio".

Il ritorno di Ermanno Olmi alla regia è così segnato da un'opera forte, rigorosa, che si sottrae al facile autobiografismo. Il regista concepisce un'opera dalla forza visiva straordinaria, capace di farci entrare dentro la luce rinascimentale per illuminare un discorso di estrema attualità. E non sono ultimi i motivi di ordine politico, perché non a caso Machiavelli riteneva Giovanni l'unico in grado di unificare l'Italia. Il cinema di Olmi è un cinema carico di pensiero, lontano dalle derive dello spettacolo fine a se stesso e che testimonia il suo occhio critico, la sua capacità di mostrare con luce rosselliniana la dimensione narrativa e documentaria dello sguardo. Enrico Ghezzi a Cannes ha giustamente osservato: "Olmi sembra accademico… ma accademico come il miglior cinema che ci sia al mondo

 

 

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